Visita pastorale del vescovo Claudio. Alcuni spunti di riflessione

Durante la visita pastorale, che si è tenuta dal 19 al 28 febbraio 2021, il Vescovo Claudio ha incontrato i rappresentanti dei Consigli Pastorali e di Gestione Economica, i referenti degli ambiti di Liturgia, Catechesi e Carità per ragionare insieme su aspetti, problemi e prospettive future.

Condividiamo alcuni spunti emersi per continuare la riflessione nelle nostre Comunità

Un cambiamento epocale

Il vescovo Claudio lo ha detto molto chiaramente: ci troviamo di fronte ad un cambiamento radicale. Questo isolamento forzato non ha fatto che portare allo scoperto problemi già esistenti: se all'apparenza, soprattutto nei nostri paesi, si vive ancora in modo “cristiano”, in realtà si sono infiltrati atteggiamenti e scelte di vita che di cristiano hanno poco.

Il calo delle vocazioni

Dal Vescovo non sono stati nascosti i problemi, anche organizzativi e sempre più pressanti, che scaturiscono dalla riduzione del numero di sacerdoti, da sempre il perno su cui gira la parrocchia: al 31 dicembre 2020 in diocesi risultano 385 preti impegnati nella pastorale, nelle previsioni al 2040 i preti impegnati in pastorale, quindi sotto i 75 anni, saranno solo 179.

Da qui la necessità della collaborazione tra più parrocchie e il ruolo di maggiore responsabilità da affidare ai laici, opportunamente preparati, nella gestione di attività, anche liturgiche.

Liturgia, esperienza d’Amore

Vivendo con assiduità le liturgie che celebriamo assieme, entriamo nel mistero: la Liturgia, con i suoi riti, i gesti e le parole che le sono proprie, apre una breccia nel cuore dell’uomo.

Siamo tutti spiritualmente uniti mentre celebriamo; questi momenti, in ogni comunità, sono anche quelli in cui facilmente si instaurano e si sviluppano le relazioni interpersonali.  

Chi collabora in questo ambito (letture, canti, fiori, preparazione …) deve cercare di favorire l’incontro dell’uomo con il divino.

La Liturgia genera Senso, non soluzioni! Dalla Liturgia nasce la Carità

Catechesi: conoscere Dio nell’accoglienza e nella fraternità

È un ambito che richiede oggi tanta creatività, anche se il primo e indispensabile punto di partenza è la presenza di una Comunità capace di accogliere e di intessere relazioni fraterne. Dovremmo perciò sempre di più offrire occasioni di incontro che siano belle e in cui le persone si sentano bene, per poterle poi anche raccontare ad altri.

Si può diventare cristiani anche da adulti: l’importante è essere Comunità accogliente, dove le famiglie possono creare legami e in cui la prima testimonianza che si dà è quella della felicità, che nasce dal sentirsi amati da Dio.

Carità, DNA della Comunità cristiana

Il Vescovo lo ha sottolineato: dobbiamo emanciparci dall’idea che la Carità sia una mission affidata ad un ristretto e definito gruppo di volontari, perché, quello dell’amore fraterno e concreto è un impegno per tutta la comunità cristiana.

La carità nasce dal ritrovarci nella celebrazione liturgica mettendo Gesù al centro e vivendo l'Eucarestia. Poi, certamente, avremmo bisogno di qualcuno che si faccia responsabile di seguire più da vicino determinate povertà.

La carità, quindi, è un atteggiamento di fondo, che deve portarci a vedere sempre più a fondo le forme di povertà che ci sono nei nostri territori. Non solo quelle materiali. È carità, per esempio, visitare gli ammalati.

O, per i catechisti, maturare una sensibilità particolare rispetto alle difficoltà che vengono intuite nelle famiglie dei bambini che stanno accompagnando. O, per i ministri straordinari che si recano a portare la comunione agli anziani, rendere sollecita la comunità nel sostegno verso richieste di aiuto che possono pervenire.

La Chiesa del futuro: una questione di scelta

Al centro di tutto c’è Cristo: è Lui che opera facendoci comunità.

Anche se siamo piccole comunità, dobbiamo avere nel cuore la speranza di diventare significative come lo sono state quelle, piccole, nella vita primitiva della Chiesa e come le ha descritte l’allora cardinale Ratzinger, poi Benedetto XVI, nella celebre profezia del 1969.

Una Chiesa ridimensionata, con molti meno seguaci, costretta ad abbandonare anche buona parte dei luoghi di culto costruiti nei secoli.

Una Chiesa cattolica di minoranza, poco influente nelle scelte politiche, socialmente irrilevante, umiliata e costretta a “ripartire dalle origini”.

Ma anche una Chiesa che, attraverso questo “enorme sconvolgimento”, ritroverà se stessa e rinascerà “semplificata e più spirituale”.

Una condizione non molto diversa, spiegava, potrebbe attendere la Chiesa odierna, minata, secondo Ratzinger, dalla tentazione di ridurre i preti ad “assistenti sociali” e la propria opera a mera presenza politica. «Dalla crisi odierna – affermava – emergerà una Chiesa che avrà perso molto.

Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali».

Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza. «Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la Sinistra e ora con la Destra. Sarà povera e diventerà una chiesa dei piccoli...», ma dopo la prova di queste divisioni uscirà, da una chiesa interiorizzata e semplificata, una grande forza.

La Chiesa del futuro non sarà più una Chesa di massa, ma di scelta.

E sarà una comunità viva, che custodisce la fede di Gesù e dà testimonianza di qualcosa di bello, del volersi bene, di credenti che sentono la chiamata del Signore.

Gli uomini, conclude Ratzinger, scopriranno un mondo di “indescrivibile solitudine avendo perso di vista Dio“: solo allora vedranno il “piccolo gregge di credenti come qualcosa di totalmente nuovo, segno di speranza anche per loro.

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